Ulmannus, libro della santissima trinità - (recensione del libro di Enrico Santacroce)

Per la prima volta compare in Italia una traduzione dell’opera del francescano tedesco Ulmanno del 1419, il Buch der Heiligen Dreifaltigkeit o Libro della Santissima Trinità, opera molto conosciuta anche nei secoli seguenti dagli alchimisti per le numerose e particolareggiate ricette riportate nel testo ma soprattutto per le splendide immagini che lo illustrano, dieci delle quali sono riprodotte e commentate nel testo pubblicato da Paolo Galiano (Ulmannus, Libro della Santissima Trinità, Libro I. L’Alchimia visuale cristiana, a cura di Paolo Galiano, Edizioni Simmetria, Roma 2023).

Nelle conversazioni telefoniche che abbiamo avuto con Galiano ci è stato detto delle difficoltà affrontate, difficoltà linguistiche ma anche interpretative, in quanto il suo lavoro si è basato sull’unica redazione del trattato in francese, scritta nel ‘700, che l’autore per completezza ha comparato in molti passaggi con i testi tedeschi originali della prima metà del XV secolo, con tutte le difficoltà che lingue così antiche comportano, sia per la costruzione delle frasi sia per il significato dei termini, perché alcuni di essi sono spesso di significato differente rispetto al nostro tempo e anche difficilmente reperibili nei lessici specialistici che Galiano ha consultato.

La traduzione è stata particolarmente ostica per il peculiare stile di Ulmanno, il quale si esprime molto di frequente con un discorso esaltato che sembra quasi profetico (afferma di avere ricevuto da Dio stesso il suo scritto), e trascinato dal suo fervore ignora quasi completamente l’uso della punteggiatura, rendendo ancora più ardua la comprensione degli argomenti trattati. Per fortuna la traduzione, che occupa più della metà della pubblicazione (circa 150 pagine delle 260 totali), è stata suddivisa da Galiano in paragrafi inserendo titoli, assenti nei testi originali, che consentono di muoversi attraverso il lungo testo per trovare le parti che il lettore ritiene di suo maggior interesse.

Non ostante questi ostacoli, il lavoro di Ulmanno, senza dubbio di difficile comprensione e adatto a persone che hanno profonde conoscenze di Alchimia, presenta numerosi aspetti interessanti: Ulmanno unisce Teologia e Morale con Alchimia e Astrologia; di questa nell’ultima parte del trattato ci dà due esempi con un complesso e completo modello di “settimana astrologico-operativa”, sia come strumento di base, sia come applicazione specifica alle operazioni alchemiche, in modo da dare i “tempi adatti” per ciascun passaggio.

A prima vista singolare l’espressione, ricorrente nell’ebdomadario alchemico della frase adoperata nell’ora o nel giorno in cui si completa un’operazione: “in media nocte gioco gioioso, riposa ad solem”. L’espressione può forse essere illuminata da una frase ermetica scritta circa sette secoli prima dall’alchimista Stefano di Alessandria ne La fabbricazione dell’oro: “L’utero libidinoso, vergine e accogliente per l’uomo, pieno di desiderio, è il simbolo afrodisiaco della gioia e dell’amore, è il riso. Quelli che fondono l’oro, ben sapendo cosa voglio dire, dicono che hanno riso, e allora fanno le proiezioni utilizzando il metodo degli Egiziani” (trad. Michela Pereira). Non che l’interpretazione delle parole di Stefano sia più facile della frase di Ulmanno, né qui posso dilungarmi sui possibili significati, ma che l’accostamento tra il “riso gioioso” e la preparazione dell’oro sia persistito a distanza di così tanti secoli deve essere motivo di attenta riflessione.

La lingua in cui il trattato è scritto ci dà una particolare inquadratura del “personaggio Ulmanno”: il testo è stato scritto in lingua tedesca, la lingua madre dell’autore, per facilitare in tal modo la diffusione del proprio pensiero evitando di ricorrere al latino, la lingua dei dotti, salvo alcune frasi che potrei definire “tecniche”, e nell’uso di tale lingua comprensibile a tutti i suoi conterranei è sicuramente da vedere una particolare e singolare applicazione dei principi missionari propri al suo Ordine di provenienza, cioè l’Ordine Francescano.

L’unica redazione in altra lingua del Libro della Santissima Trinità è la traduzione del XVIII secolo in francese del ms M 74 della Yale Library di New Haven, il codice sul quale è basato il lavoro di Galiano. Giustamente ci si pone la domanda: per quale motivo è stata adottata una traduzione e non il testo originale? Galiano ci dà la sua risposta nella IV pagina di copertina, avanzando l’ipotesi che il codice, il quale trova riscontri in almeno cinque manoscritti in lingua tedesca risalenti alla prima metà del 1500, possa costituire “una diversa redazione scritta forse da un discepolo di Ulmannus o quanto meno da un suo seguace”, caratterizzata da un frequente, e a volte abusivo in quanto assente nei codici più antichi, riferimento a Maria sia nelle parti strettamente teologico-morali sia soprattutto nelle ricette alchemiche, nelle quali Maria è identificata nel sole-oro o nell’argento-luna.

Molte le novità che Ulmanno introduce sul piano teologico, tra cui la singolare affermazione che Dio è Padre e madre, maschio e femmina, affermazione che solo nel 1978 ha fatto San Giovanni Paolo II e che in seguito è stata inserita nel Catechismo della Chiesa Cattolica all’articolo 239: “Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l'immagine della maternità”, con la differenza che nella Chiesa tale dichiarazione assume un significato quasi emotivo e sentimentale, mentre Ulmanno ne sottintende un’interpretazione ben più profonda, il Dio Padre come Androgine.

Altrettanto importanti sono i ripetuti e chiari riferimenti di Ulmanno alla concezione dell’unità di Maria con il Figlio, unità spesso indicata con le parole “Maria Gesù Cristo” scritte senza segni di interpunzione, in quanto creata da Dio prima di tutti i secoli già pura come lo è il Figlio, anticipando così quello che solo nel 1854, dopo quattro secoli e più, diventerà il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Scrive ad esempio Ulmanno: “Maria è la persona più rassomigliante al suo divino Figlio e noi non possiamo credere in modo migliore; la luminosa e nascosta concezione e nascita di Maria è stata celata e non possiamo avere su questo pensieri più santi, certi, puri e precisi” (vedi il testo integrale a p. 84 del libro). Questa sua assiduità nel parlare in modo più o meno esplicito della Concezione di Maria si pone nel solco del pensiero dell’Ordine Francescano a cui egli apparteneva, che fin dai suoi esordi aveva combattuto contro i Domenicani per affermarla; lo stretto legame che Ulmanno ha con il suo Ordine lo si vede nell’immagine di San Francesco che riceve le stimmate dal Cherubino, la prima volta in assoluto in cui viene illustrato l’episodio che Frate Elia aveva descritto ai suoi confratelli nell’epistola sulla morte del loro padre Francesco.

L’Alchimia di Ulmanno presenta fin dai suoi fondamenti un aspetto nuovo: mentre in precedenza, a partire dal Tractatus parabolicus o Exempla attribuito ad Arnaldo da Villanova, le operazioni alchemiche a cui era sottoposto il mercurio erano paragonate alla figura del Cristo nella sua Passione, Morte e Resurrezione, per cui il mercurio era identificato con la persona stessa del Cristo, Ulmanno vede nelle vicende della Passione il trattamento subìto non dal solo mercurio ma dai sei metalli attraverso i quali avviene l’opera di trasmutazione fino all’oro perfetto.

Le ventiquattro ricette esposte nel trattato seguono un percorso ben noto agli studiosi di Alchimia, dalla lavorazione della prima materia fino alla sua trasformazione in argento e in oro e alla successiva riunione dei quattro Elementi in una “pietra dura ridotta in olio che fluisce come acqua”. A differenza di molti suoi confratelli francescani, da Ruggiero Bacone e Bonaventura d’Iseo fino ai suoi contemporanei, una sola volta si trova un accenno all’utilizzo dei prodotti alchemici in senso medicinale (“chi prende un po’ di polvere di questa pietra guarisce ogni genere di malattia tanto quest’oro è puro; forgiato in una corazza e indossata nessun’arma saprà farvi del male”, p. 137), così come troviamo solo a p. 157 un generico accenno ai poveri nella frase “serviamo i poveri di cui dobbiamo avere pietà”.

Il discorso alchemico di Ulmanno è illustrato dalle bellissime immagini presenti in alcuni trattati ma non in quello tradotto da Galiano, per cui le tavole alla fine del testo sono tratte da un altro manoscritto: tra queste le più interessanti sono certamente quella che raffigura l’aquila imperiale bicipite con la testa di Cristo Imperatore e quelle dell’Androgine con ali di pipistrello (riprodotta come immagine di presentazione di questa recensione, estratta dal ms Guelf. 433 Helmst. c. 103v della Biblioteca di Wolfenbüttel), le cui iscrizioni illuminano molti aspetti dell’opera di Ulmanno. 

Infine, le quattro Tabelle con le quali si chiude il libro sono un utile mezzo per farsi strada nei complicati simbolismi adoperati da Ulmanno nei colori, nei nomi, nelle lettere singole e nelle sigle che si trovano di continuo nel testo. In particolare occorre notare che le sigle non sempre seguono il sistema crittografico che viene esposto nelle prime carte del manoscritto: ci si trova davanti a una confusione voluta da Ulmanno per celare il suo pensiero o dobbiamo ritenere che alle sue sigle l’autore non intendesse dare un grande rilievo? Troppi i misteri che compongono la trama del Libro della Santissima Trinità, e solo uno studio accurato e approfondito, con adeguate comparazioni con altri testi contemporanei o precedenti, potrebbe indirizzare verso una risposta.          

                                                                                   

                                                                                   


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